Visione senza esecuzione è solo allucinazione (Cit. T.E)

Di recente, un fulmine a ciel sereno ha illuminato il panorama delle startup innovative nel mondo degli wearable.Pebble, lo smartwatch “rivoluzionario”, basato su tecnologia e-Ink, chiude le operazioni.

È stato per tutti uno straordinario esempio di innovazione.

I ragazzi di Pebble hanno presentato la loro idea per la prima volta su Kickstarter con una campagna travolgente nell’aprile del 2012. Hanno raccolto oltre 10 milioni di dollari per far partire il progetto. Gli aspetti rivoluzionari della loro proposta erano legati principalmente all’utilizzo della tecnologia e-Ink in un orologio, ovvero la stessa tecnologia alla base di qualsiasi eBook reader. Il principale vantaggio nell’utilizzo di questa soluzione è legato al fatto che l’e-Ink (inchiostro elettronico) di fatto “non consuma” energia. L’energia viene utilizzata solo durante i “cambiamenti di stato”, che in un orologio (senza lancetta dei secondi) sono una volta al minuto. Questo consente a Pebble di avere una batteria piccola e leggera in grado di assicurare una durata di oltre una settimana per ogni carica. Questa fondamentale caratteristica per un wearable, unita ad un sistema operativo nuovo, aperto, a cui tutti hanno potuto contribuire con applicazioni (centinaia) e “watchfaces” (migliaia di quadranti elettronici differenti esposti dall’orologio) ha determinato l’enorme successo del dispositivo, raggiungendo in breve ordini per oltre due milioni di pezzi.

Insomma una storia di successo; crowdsourcing con la comunità di appassionati per disegnare l’oggetto, crowdfunding su Kickstarter per raccogliere i capitali necessari, cloudmanifacturing su AliBaba per industrializzare il prodotto. Tutte le più moderne soluzioni della “sharing economy” per trasformare un’idea in un prodotto di successo. Ed il successo c’è stato. Hanno venduto oltre due milioni di pezzi. Creato una comunità pazzesca. Sviluppato centinaia di applicazioni e migliaia di “watchfaces”. E gli ordini che continuano a piovere.

E comunque, chiudono. Ora, facciamo due conti estremamente grossolani; giusto gli ordini di grandezza. Due milioni di pezzi a circa 150 dollari al pezzo fanno 300 milioni di fatturato. Considerando che la produzione di massa è realizzata a Singapore, non possiamo immaginare un costo industriale diciamo (molto generosamente) superiore ai 50 dollari. Certo, con i costi di struttura, di logistica, di manutenzione. Certo. Ma i margini sono evidenti.

Chiudono. E’ vero… cedono la tecnologia (ed un team di programmatori) a Fitbit, che in qualche modo gestirà la delivery del sistema operativo fino alla naturale obsolescenza del tutto. Ma sostanzialmente Pebble muore.

Qualcosa questa vicenda insegna.
Bravi ragazzi, appassionati, ma fare aziende è un’altra cosa.

Se fai un business plan che dopo due milioni di ordini non sta in piedi sei molto lontano dal poter essere considerato un imprenditore, a prescindere da ogni altra considerazione.

Non basta un’idea, non bastano le novità della sharing economy, non bastano le comunità, non basta nemmeno un decoroso successo commerciale. Ci vuole la capacità di eseguire, di costruire, di gestire, di guidare.

Come diceva Edison, Vision without execution it’s only hallucination. (Visione senza capacità di esecuzione è solo allucinazione….)

Ansia digitale

hand pushing innovation button on a touch screen interfaceScoprire dove i tuoi Clienti hanno “ansie” da risolvere e trasformarle in momenti di delizia è il segreto per costruire servizi digitali. L’esempio che mi piace fare in questi casi, per spiegare cosa intendo, è quello di Uber.

Nella gestione della “mobilità” cittadina i momenti di “ansia” tra l’utilizzatore dei servizi di taxi e gli erogatori di trasporto sono riassumibili in alcuni “momenti topici”..

  • La ricerca del servizio (“che diavolo di numero di telefono devo fare in questa città per avere un taxi”)
  • L’attesa dell’auto (“mi hanno detto che arriva in 5 minuti, ne sono passati 10 che cosa succede…”)
  • Il percorso (“questo mi sta portando in giro dove vuole lui…”
  • La tariffa (“se avessi saputo che mi sarebbe costato così tanto avrei preso un bus”)
  • Il pagamento (“non accetta la carta di credito, non mi fornisce una ricevuta fiscalmente valida”, questo pezzo di carta me lo perderò)

Questi 5 touch points sono “fondamentali ansie” per il Cliente. Momenti in cui il modello di erogazione del servizio dei taxi fallisce miseramente. Ogni città ha una sua organizzazione, numeri di telefono specifici. I radiotaxi sono imprecisi nelle previsioni del tempo di arrivo dell’auto. Il percorso non è noto a priori. Così come non lo sono i costi. Il pagamento è farraginoso, pochi accettano le carte di credito e non hanno obbligo di emettere ricevute fiscali.

Uber è intervenuta trasformando in una “piattaforma” questi 5 momenti di difficoltà.

  • Una unica app per trovare un’auto in tutto il mondo
  • Un sistema di geolocalizzazione dell’auto che ti faccia vedere che sta arrivando. Una notifica quando l’auto è arrivata. Puoi quindi attendere tranquillo “dentro” anche se piove, sarai avvisato quando occorre che tu esca
  • Il percorso è noto a priori. Sei tu che hai già detto dove vuoi andare ed il sistema ti ha stimato tempo e costo sulla scorta delle informazioni di traffico disponibili
  • La tariffa (stimata con grande precisione) è nota a priori
  • Il pagamento avviene con Paypal, non devi tirar fuori contante, carte o altro. Non c’è attesa. Ricevi sulla eMail una fattura regolare. Non devi gestire (e perdere) scontrini.

Ecco quindi che una esperienza sgradevole, caratterizzata da almeno 5 momenti di potenziale difficoltà viene completamente riprogettata con una piattaforma che li annulli e che “semplifichi” oltremodo l’esperienza complessiva.

Ma ci sono altri elementi, più sociali, che dobbiamo sottolineare. Il tipico guidatore di taxi “ospita” i propri Clienti con uno stile sempre molto personale. Può essere piacevolissimo o sgradevolissimo, ma il punto vero è che non si può sapere a priori. Non si conoscono le caratteristiche del guidatore della macchina che abbiamo chiamato. Non si conosce quale sia la macchina, se lui guida calmo o nervosamente, se l’abitacolo è confortevole, se l’aria condizionata funziona bene, etc etc. Ed anche dopo aver utilizzato il servizio, non è possibile dare un feedback, raccogliere in una memoria collettiva l’esperienza. Anche qui Uber è intervenuta, ridisegnando il rapporto con il guidatore. Ogni guidatore è “presentato” con un suo profilo, puoi vedere il “rating” che gli è stato assegnato dagli altri Clienti, puoi dare un tuo giudizio e, soprattutto, puoi “scegliere” di non usare quell’auto se non ti convince.

E’ la socialità, la conoscenza collettiva; quando diventa parte del servizio arricchisce l’esperienza complessiva.

Ma non ci fermiamo qui, Uber è “uscita” dai momenti di contatto ordinari, per iniziare a costruire l’esperienza d’uso con i propri Clienti molto prima. Con una partnership con Spotify puoi selezionare la playlist di musica che vuoi ascoltare durante il viaggio. Anche il guidatore può dare un “voto” ai propri Clienti e quindi l’esperienza è complessiva, bivalente.

Insomma… scopri dove i tuoi Clienti si agitano e contorcono in momenti di ansia e semplifica… semplifica… semplifica…

 

Oscurantismo digitale

uber-vs-taxi-2Insomma, per il momento Uber-Pop l’hanno bloccato. Leggeremo nel dettaglio la sentenza, ma quello che emerge é che effettuerebbe “concorrenza sleale”.

Interessante. Quindi, secondo la magistratura italiana, i taxi opererebbero in regime di libera concorrenza ed i guidatori di Uber-Pop realizzerebbero una forma insidiosa di concorrenza sleale.

Mi suona bizzarro (per non dire ridicolo). I taxi non operano affatto in regime di concorrenza. Sono una corporazione super protetta, in cui le tariffe non le fa certo il mercato, ma una amministrazione centrale (certamente influenzabile dalla lobby, soprattutto quando blocca le città al primo alito di cambiamento).

Non avendo un serio strumento “legislativo” a cui appellarsi, hanno trovato (per il momento) una sponda in questa originalissima interpretazione di mercato e concorrenza, che dice molto su come e da chi viene gestita questa vicenda.

Nel frattempo, chi vuole essere trasportato da un punto all’altro della città continua ad essere vessato da tariffe fantasmagoriche e si becca una qualità media del servizio risibile se comparato con le grandi metropoli europee ed americane.

La libera impresa in questo settore é una chimera ed in generale i processi di diffusione in Italia di iniziative di sharing economy sono ancora una volta ricattati dalla lobby di turno.

Viviamo un italianissimo oscurantismo digitale.

Per quello che mi riguarda, a parte il mio amico Vienna 12 (unica eccezione ad una regola ferrea) persevererò nel non utilizzare alcun taxi per il trasporto in auto in città, affidandomi solo ad Uber o al car-sharing.

 

Esoscheletro digitale

esoscheletro-digitaleL’esoscheletro è conosciuto come una struttura meccanica che fornisce energia supplementare ad un essere umano nell’esecuzione di operazioni gravose.

Esistono molti tipi di esoscheletri, da quelli con scopi militari, per aiutare i soldati nel trasporto di pesi gravosi, a quelli destinati alla riabilitazione di pazienti affetti da patologie motorie gravi.

L’impatto di questi “esoscheletri” è notevole ed i benefici sono di tale entità da renderli “socialmente” accettati ed è molto ben vista la ricerca per il potenziamento di queste applicazioni.

Io sono convinto che noi si abbia bisogno di un esoscheletro digitale, un “meccanismo” che amplifichi le nostre potenzialità intellettive, pre-disponendo le informazioni in modo che noi ci si possa concentrare sulle cose nelle quali l’essere umano eccelle, la creatività, la socialità, la passione (e com-passione).

Eppure, ogni qual volta appare sul mercato una qualche forma di “esoscheletro digitale” (mi viene in mente Watson, ovviamente…) c’è una insensata resistenza. Una vera e propria difficoltà nell’accettare che un organismo digitale pseudo-senziente possa essere il nostro più grande alleato per progredire. Per aiutarci nello scoprire relazioni, nel generare innovazione.

L’alchimia tra una forma biologia di intelligenza ed una digitale può essere la chiave per fare un salto quantico nella gestione della conoscenza.

1992 – La vita al tempo del DOS

landingE’ vero, sono stato sollecitato, ma mi sono divertito quindi lo racconto.

“Come sarebbe la nostra vita se, per un giorno, ci trovassimo a vivere con le tecnologie del 1992? Se, anziché tablet, pc, smartphone, social network e device high tech, ci trovassimo costretti a muoverci tra carta, floppy disk, telefoni giganti, computer fissi e vhs?” è la frase che ha innescato la mia curiosità.

Perché “io c’ero” in quegli anni, anzi, sfruttavo abbondantemente le tecnologie dell’epoca per costruire sistemi che al tempo di chiamavano “client/server” e “cooperative processing”.

E ricordo il “peso” dei cellulari dell’epoca, il calore che emanavano e la “straordinaria” NON-durata delle batterie…

Ford Italia ha creato una campagna originale per lanciare la nuova Fiesta (altro tuffo al cuore… ce l’aveva un amico, quanti giri su quella diavolo di Fiesta…) tornando indietro al tempo del DOS.

tweet_in_dosHa preparato una landing page in cui è possibile “twittare” da DOS… ovvero con schermo nero, il sacrosanto C:\> e il cursore che blinka.  Ci ho passato una vita davanti ad uno schermo fatto così…

Poi sempre i buontemponi di Ford Italia hanno preso tre personaggi dell’economia digitale (Luca Colombo, Country Manager di Facebook Italia, Salvatore Ippolito, Country Manager di Twitter Italia, e Carlo Purassanta, Amministratore Delegato di Microsoft Italia) e li ha “costretti” a vivere una giornata lavorativa con le tecnologie dell’epoca. Ovviamente filmando il tutto.

Il risultato fa sorridere parecchio.  Quella di Purasanta che crea una sessione di Skype con due telefoni ad esempio…

Dateci un occhio… (basta cliccare sui nomi per accedere al video).

E se vi va di Twittare via DOS…. il link è questo.

Buzzoole

 

Appunti di viaggio e di vita in forma digitale

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